Da un garage in Texas a Wall Street e poi da Wall Street alla Luna, a Marte e, magari, un giorno anche fuori dal sistema solare. Questo il viaggio promesso da Elon Musk ieri, mentre suonava la campanella che dava il benvenuto alla sua SpaceX sul Nasdaq.
All'apertura delle contrattazioni a New York, l'euforia era palpabile: dopo aver blindato l'Ipo a 135 dollari per azione, le prime indicazioni mostravano ordini in acquisto già in forte rialzo, circa a 175 dollari. Nel corso della giornata il valore si è poi stabilizzato su quote leggermente inferiori, chiudendo a 160,95, per una capitalizzazione di oltre 2mila miliardi. Gli investitori non hanno deciso di comprare una semplice goccia di SpaceX, ma il biglietto per un viaggio che, nei piani, porterà flotte interplanetarie sulla Luna, un milione di coloni su Marte ed espanderà l'infrastruttura umana oltre il sistema solare entro il 2050. "Se qualcuno mi avesse detto che sarebbe successa una cosa del genere, gli avrei risposto 'probabilmente stai fumando del crack veramente buono'. In realtà pensavo che questa azienda sarebbe fallita", queste le parole di Musk che stimava meno di una chance del 10% di avere successo. Eppure i risultati dicono tutt'altro.
Ma dietro a un debutto finanziario non ci sono mai solo numeri e il denaro è solo una parte della storia. E questo nasconde anche risvolti geopolitici e sociali inediti, che portano la quotazione da Wall Street al Pentagono.
Il primo dettaglio cruciale è una clausola di esclusione politica: i cinesi non possono comprare azioni SpaceX. La società gestisce contratti strategici per la Nasa e, soprattutto, per il Pentagono, controllando tecnologie missilistiche e la rete satellitare Starlink, considerate a tutti gli effetti armamenti di massima sicurezza nazionale. Pechino, che da tempo osserva con forte preoccupazione il monopolio dei cieli di Musk, rimarrà a guardare la più grande quotazione della storia dai margini, senza poter veramente metterci mano. Un paradosso geopolitico totale, considerando quanto l'impero di Musk, con Tesla solo come un esempio, sia storicamente dipendente dalle mega-fabbriche e dal mercato cinese, ma in linea con i legami tra il magnate sudafricano e Donald Trump.
Se la Cina piange, a gioire sono invece i reduci della primissima ora. Nei primi anni Duemila, quando SpaceX era solo un magazzino polveroso a El Segundo e i primi tre lanci del razzo Falcon 1 fallirono uno dopo l'altro lasciando l'azienda a un passo dalla bancarotta, Musk non aveva liquidità per pagare stipendi competitivi. La soluzione fu pagare ingegneri, tecnici, cuochi e persino i primi impiegati amministrativi con pacchetti azionari che all'epoca non valevano più di zero. Con il debutto in Borsa di ieri però la situazione cambia: quelle stock option nelle mani di 4.400 dipendenti si sono trasformate in un generatore automatico di milionari. Chi ha creduto nel sogno del razzo riutilizzabile quando il settore aerospaziale lo trattava da pazzo, oggi si ritrova in mano fortune generazionali.
Ma il vero record, ovviamente, lo firma lui, il fondatore. Grazie al balzo impresso dall'Ipo di SpaceX, unito ai pacchetti azionari di Tesla e xAI, il patrimonio personale di Elon Musk ha infranto il tetto dei mille miliardi di dollari, fermandosi a 1.100 miliardi. Significa essere il primo trilionario della storia dell'umanità, l'uomo che da solo possiede una ricchezza superiore al Pil di nazioni medio-grandi, come la Svizzera o l'Olanda. Una concentrazione di potere economico e tecnologico mai vista sul pianeta Terra, che ora punta dritto a colonizzare anche lo spazio. Pazienza se i data center solari in orbita oggi sono solo una promessa che non si sa ancora se vedrà la luce del Sole: a Wall Street, oggi, basta la parola di Musk.

