Ci ha provato un guasto tecnico sul volo di ritorno a Roma a rovinare un po' il riuscitissimo viaggio apostolico in Spagna di Leone XIV. «Gli spagnoli si erano talmente affezionati alla presenza del Papa che non volevano più lasciarlo ripartire». Una battuta circolata ieri sera nel seguito papale per sdrammatizzare la disavventura che ha visto l'illustre passeggero dover scendere dal velivolo Iberia poco prima del decollo. Il comandante, con un certo imbarazzo, si è ritrovato a dover annunciare a lui e al resto della delegazione che l'aereo non poteva partire a causa di un problema al motore sopraggiunto per il troppo vento. Quello che sembrava un imprevisto temporaneo si è rivelato però più grave e alla fine la compagnia aera spagnola ha dovuto annunciare in una nota che l'incidente non poteva essere riparato nell'immediato. Tornato nell'area vip dell'aeroporto di Tenerife, il Papa ha però potuto contare sull'assist di re Felipe VI che gli ha permesso di utilizzare il jet Falcon con cui lui stesso era arrivato sull'isola per la cerimonia di congedo. Mentre i giornalisti accreditati e il personale della Santa Sede hanno dovuto aspettare il volo fatto arrivare da Madrid da Iberia. L'incidente tecnico ha «risparmiato» al Pontefice l'abituale conferenza stampa aerea. Poco male. I numerosi discorsi di questi sette giorni sono più che sufficienti a raccontare e a comprendere quello che rimarrà senz'altro come uno dei viaggi apostolici di maggior successo nell'immaginario collettivo.
Leone XIV ha chiuso la sua permanenza in terra iberica rendendo omaggio al «grande cuore cattolico della Spagna». Un cuore che, a giudicare dalle immagini dei bagni di folla di questa settimana, batte ancora nonostante l'avanzata inesorabile della secolarizzazione e il governo più laicista della storia recente. Prima della partenza dall'aeroporto, si è congedato dal porto di Santa Cruz a Tenerife con l'Oceano Atlantico sullo sfondo e la questione migratoria al centro dell'agenda. Una messa all'aperto davanti a 40mila fedeli in cui ha detto che «non c'è ostacolo, distanza, pericolo o minaccia che possa impedire a ciascuno il suo viaggio».
I due giorni alle Canarie li ha voluti dedicare ai migranti ma oltre all'inevitabile appello all'accoglienza non sono arrivate da parte sua parole «buoniste». Dopo aver ricordato giovedì
il ratzingeriano «diritto di non dover migrare» ed averli messi in guardia dai «canti delle sirene» di chi promette paradisi facili, anche ieri Prevost è tornato a prendersela coi trafficanti che «trasformano la sofferenza altrui in un affare». A loro ha rivolto quella che lui stesso ha definito «una parola chiara»: «Fermatevi, convertitevi!». Un grido che riporta la memoria a quello pronunciato da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi nel 1993. Le stesse parole rivolte allora ai mafiosi. D'altra parte Leone due giorni fa sull'isola di Gran Canaria ha parlato papale papale, definendo le organizzazioni che lucrano sull'immigrazione clandestina per ciò che effettivamente sono: «Mafie che trafficano nella disperazione».
Nella mattinata di ieri, incontrando seicento migranti del centro Las Raíces a Tenerife, il Papa ha detto «tutti in qualche modo siamo migranti» in quanto «tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste». Ed ha ringraziato anche il governo spagnolo per la collaborazione nell'aiuto umanitario. Una «carezza» dopo i numerosi «schiaffi» rifilati a Sanchez in questi giorni su aborto ed eutanasia.

