"Non voglio avere morti sulla coscienza". È stata questa la frase che ieri mattina, poco dopo le 9,15, ha fatto scattare l'allarme rosso a Palazzo di Giustizia, culminato nello sgombero totale del colosso marmoreo di corso di Porta Vittoria: con magistrati, avvocati, cancellieri e anche i detenuti costretti ad abbandonare immediatamente uffici e aule. A pronunciare la frase è lo sconosciuto che per due volte telefona al 112 annunciando la presenza di una bomba in tribunale. L'uomo, probabilmente uno straniero, dice di sapere che delle persona "vogliono fare un attentato in tribunale, ci saranno molti morti". È una telefonata lunga, lo sconosciuto mette direttamente in collegamento il gesto con il conflitto in corso in Palestina, con le colpe presunte di Israele. E poi dice: "Non voglio responsabilità, vi sto avvisando. Non voglio morti sulla coscienza". Soprattutto l'ultima frase, ascoltata e riascoltata più volte, è suonata piuttosto sincera. La sensazione di non essere davanti al solito mitomane si è fatta palpabile. E a quel punto la decisione era inevitabile: si fa sul serio, fuori tutti. Per la prima volta nella sua storia, il palazzaccio piacentiniano è stato evacuato, le sue vicende grandi e piccole si sono riversate sui marciapiedi di via Freguglia e di corso di Porta Vittoria. L'intera zona viene bloccata al traffico, arrivano vigili del fuoco e artificieri.
Ma non era vero. La bomba non c'era. Per averne la certezza è servito perlustrare il palazzo da cima a fondo: dal settimo piano, dove ci sono i giudici preliminari, fino negli scantinati, le celle di sicurezza, la centrale termica. È stato chiaro quasi subito che non sarebbe stato un lavoro semplice: a mezzogiorno agli impiegati amministrativi, assiepati per strada, è arrivato l'ordine di servizio: "Qua si fa lunga, andatevene a casa. I pullman della polizia penitenziaria avevano già riportato in carcere le decine di detenuti che erano stati portati di buon mattino a Palazzo per essere processati e che vengono riammanettati e ricaricati a bordo prima ancora di arrivare in aula. Ritornano nelle celle in questura gli arrestati della notte che dovevano comparire in aula per le udienze di convalida: ma il codice è rigido, l'udienza va fatta entro 48 ore dall'arresto. Così in procura il pm Letizia Mannella si mette subito a controllare i fascicoli, salta fuori che per tre degli arrestati i termini sono agli sgoccioli, così non c'è altro da fare che liberarli: se ne vanno quasi increduli, massaggiandosi i polsi; comunque pare che avessero reati da poco. Gli altri arrestati torneranno in aula questa mattina.
L'allarme-bomba viene amplificato e preso sul serio anche perché arriva in una Milano con i dispositivi di sicurezza già alti: per i venti di guerra nel Mediterraneo e soprattutto perché in città c'è il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla Scala per il centocinquantesimo del Corriere: e in teatro ci sono anche i vertici del Palazzo di giustizia, a partire dal presidente del tribunale Fabio Roia che vengono avvisati in piena cerimonia di quanto sta accadendo nel loro Palazzo. La domanda immediata che si pongono in Questura è: coincidenza casuale? O il telefonista, qualunque fossero i suoi obiettivi, sapeva di scatenare un allarme in una giornata particolare? Per questo, per chiarire cosa è accaduto, si sta cercando in ogni modo di individuarlo. Inizialmente il numero usato per la chiamata sembrava irraggiungibile, ma nel pomeriggio qualche varco per risalire all'autore si è aperto.
Intanto l'allarme è servito a testare i sistemi di allarme installati in tribunale dopo la strage compiuta nel 2015 da Claudio Giardiello. Sono stati gli altoparlanti del sistema a diramare l'ordine di abbandonare il palazzo. Ma in alcune zone, raccontano i testimoni, l'allarme non si è sentito.

