Dopo esattamente dieci anni e mezzo, Alberto Stasi sta per lasciare definitivamente il carcere dove è rinchiuso per un delitto che ora anche la Procura di Pavia dice che non ha commesso. Ieri il condannato per l'omicidio di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007, affronta l'udienza del tribunale di Sorveglianza, chiamato a decidere sull'istanza con cui l'avvocato Giada Bocellari ha chiesto la sua ammissione ai servizi sociali. Risponde pacato alle poche domande dei giudici.
La decisione del tribunale, sostenuta anche dal parere favorevole della Procura generale, è praticamente scontata. I giudici hanno cinque giorni di tempo ma il provvedimento potrebbe arrivare già nelle prossime ore nelle mani del direttore del carcere di Bollate, Giorgio Leggieri. Stasi, che nelle settimane scorse aveva già potuto passare alcune notti a casa col permesso del tribunale, si prepara a dare l'addio alla prigione di cui in tutti questi anni è stato ospite. Era entrato il 12 dicembre 2015, dopo che la Cassazione aveva confermato la sua condanna - dopo due assouzioni - per omicidio volontario. Un ospite silenzioso, corretto, partecipe. Ma che non ha rinunciato un solo giorno a rivendicare la propria innocenza.
Stasi era già da tempo semilibero e la sua scarcerazione era solo questione di tempo; davanti a un percorso carcerario impeccabile, e considerati gli sconti di pena, i sei anni che ancora gli resterebbero da scontare dei sedici inflittigli nell'appello-bis e confermati in Cassazione, si sono ridotti a meno di quattro. Per legge, gli ultimi quattro anni si possono scontare fuori, avviando un percorso di reinserimento. Il tribunale di sorveglianza si prepara a certificarlo, dopo che anche la Procura generale di Milano ha espresso parere positivo ("ampiamente positivo" secondo chi lo ha ascoltato) all'accoglimento della domanda. Ma né la Procura generale né il tribunale hanno sul tavolo solo il calcolo del tempo trascorso: entrambi hanno dovuto prendere atto di quanto stia intanto accadendo nella inchiesta bis sull'omicidio di Garlasco, la rivisitazione da parte della Procura pavese dell'intera indagine sulla morte di Chiara Poggi. Con la conclusione: Stasi è innocente, l'assassino fu Andrea Sempio, Stasi sta scontando una condanna ingiusta.
Lo stesso Guardasigilli Carlo Nordio torna sulla vicenda: "È anomala. Poiché da noi esiste il principio che non puoi essere condannato se le prove contro di te non sono al di là di ogni ragionevole dubbio, come fai a condannare una persona sulla quale ben due altissime corti hanno così dubitato al punto da assolverla? Non è colpa ovviamente di quei magistrati, è colpa di un sistema che è unico al mondo; nel processo anglosassone, una cosa del genere sarebbe impensabile".La stessa Procura generale che ha aperto la porta alla scarcerazione di Stasi dovrà nelle prossime settimane decidere se avviare, come suggerito dalla Procura di Pavia, l'iter per la revisione della condanna di Stasi. Il procuratore generale Francesca Nanni ha detto più volte che l'esame dell documentazione trasmessa dal collega Fabio Napoleone, procuratore a Pavia, non sarà "né facile né veloce", e l'esito arriverà dopo l'estate. Ma è chiaro che il parere favorevole all'affidamento ai servizi sociali consente a Stasi di guardare con fiducia anche all'iter della revisione. Comunque è certo che la sua liberazione sdrammatizzerà le prossime scadenze. Qualunque siano i tempi della revisione, Stasi potrà trascorrerli da uomo libero. Nella sua istanza, l'avvocato Bocellari aveva sottolineato il percorso praticamente immacolato compiuto da Stasi a Bollate: dal primo giorno la partecipazione piena ai trattamenti psicologici e sociali, il rapporto corretto con gli altri detenuti,. Unico scossone, l'intervista concessa alle Iene l'anno scorso, che la Procura generale aveva preso piuttosto male, al punto di chiedere la revoca della semilibertà. Ma il tribunale di sorveglianza aveva respinto la richiesta, considerando l'intervista un peccato veniale. Da quel giorno, Stasi non ha più parlato. E anche così si è conquistato il diritto di proseguire da libero la battaglia per vedere riconosciuta la sua innocenza.